Il blog di Antonio Tombolini

Ci sono, ci sono…

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  • letto al volo caro Antonio, rimando ad un approfondimento più tardi, però…il tutto è molto affascinante,e “smart”, però il linguaggio e la sostanza mi mette in bocca un sapore markettaro che un pò mi lascia…sospettoso.
    Per te, tutto torna?

  • Aggiungo pure io, qui, un note to self; Il tono markettaro di gapingvoid, diciamolo, c’e’. Eppure c’e’ modo e modo; according to il pezzo di Antonio, molto lucido e preveggente, sembra che questo marketing “orizzontale” e blogghettario sia comunque assai meno intollerabile di quell’altro; la qualita’ del discorso e della comunicazione commerciale, nel nostro gaio mondo orizzontale, mi pare incomparabilmente piu’ rispettosa ed interessante, e pure piu’ proficua; quindi, c’e’ progresso. Per tornare al mio post di fine anno, come ho scritto nei commenti, io credo che presentarsi trasparentemente in un blog sia, da solo, vendere; nella misura in cui racconta chi sono e quindi, verosimilmente, racconta cosa faccio, e come; questo, ammettiamolo senza problemi, e’ marketing. Ma siccole la parola, onestamente, a me spiace una cifra, bisognerebbe trovare il modo di rinominare il concetto, siccome questo e’ “migliorato”.

  • Allora, intanto ritenevi precettati per un VinoCamp di quelli tosti e “pericolosi” (nel senso di quelle cose che poi non muoiono lì ma hanno conseguenze, giusto l’etimo di “pericolo” come “intrapresa, cimento”, vedasi http://etimo.it/?term=pericolo&find=Cerca).
    Ora, nel merito del termine marketing (ché il linguaggio non è mai cosa secondaria, tutt’altro): sostengo che con l’avvento della produzione di massa (la catena, l’offerta che supera la domanda e ha bisogno di generarla ecc…) ha provocato uno scivolamento della terminologia legata al “mercato” causandone lo spostamento dall’area semantica dei sostantivi (il mercato, andare al mercato) a quella dei verbi (to market, marketing, “fare” mercato, crearlo dove non c’è e forse sarebbe meglio non ci fosse, tipo al tempio, do you remember?).
    La rete, con la sua logica fatta di “siti” (luoghi) può favorire una riappropriazione dell’area semantica originaria del “mercato” come “luogo” in cui si va e si è insieme agli altri, e dunque del comprare e del vendere come una delle modalità possibili della relazione umana, e dunque umana in se stessa.
    Dove quello che qui conta è il ribaltamento della prospettiva: nel marketing la relazione umana-tanto-umana-troppo-umana (il marketing 1-2-1, fino al marketing della buona causa ecc…) è “strumento” del “fare mercato”, dell’atto mercantile di vendita/acquisto. Nel post-marketing (ci serve un nome per questo? vedremo) si va al mercato (come in altri luoghi) *al fine di* avere relazioni umane: anche l’atto mercantile di vendita/acquisto diviene strumento e occasione di ciò che davvero ha valore: la relazione.
    In questo riconcepire i prodotti (da parte dei mercanti) come “Social Objects”, io direi come *catalizzatori di relazioni umane*, riveste un interesse profondissimo.
    Evidente che tutti i prodotti possono, ciascuno a suo modo e misura, essere “social objects”. Ma diamine, vino e libri… si direbbe lo siano per natura!
    Urka… mi accorgo che ne sta venendo fuori il post che avevo in animo di fare, ok, copio e incollo in un nuovo post col finale 🙂

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