Il blog di Antonio Tombolini

Nonna Betta – Cucina Kosher

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Nonna Betta - Cucina Kosher
C’è chi fa il critico gastronomico (professionista o dilettante non importa) anche se non ne capisce niente: questione di palato, proprio non sa sentire i sapori, e allora supplisce con le chacchiere, con le foto, col gossip modaiolo… Sono i più.
C’è chi fa il critico gastronomico (professionista o dilettante non importa) e ne capisce abbastanza: sa distinguere una cosa ben fatta da una fatta male, sente i sapori e gli odori, sa apprezzarne la qualità, le armonie, le combinazioni riuscite o non riuscite. Lo riconoscete subito: quando scrive racconta ciò che ha mangiato, e le sue impressioni, stop. Niente pettegolezzi, niente dietro le quinte, ecc… Sono pochi.
Poi ci sono io (e qualche altro che conosco io), che per dirvi se un ristorante è buono o cattivo non ho neanche bisogno di mangiarci. Ci si arriva col tempo e la passione: si impara ad assaggiare gli uomini. Non mi serve mangiarci, mi basta conoscere le persone che ci lavorano.
Oggi vi presento, e vi consiglio caldamente, un ristorante in cui non ho mai mangiato, un ristorante aperto da poco: Nonna Betta – Cucina Kosher, al Portico d’Ottavia, a Roma. E ora vi spiego perché.
Anni fa, ma dico anni fa, conosco via email Umberto Pavoncello, che al ghetto ci vive da sempre. Ci vediamo, mi porta a mangiare un carciofo a-a ggggggiudia e degli aliciotti che non ho mai più dimenticato. Mi racconta della sua passione per il cibo e per la cultura del cibo, e mi racconta del suo sogno di aprire lì, nel ghetto, dove vive, un suo ristorante kosher. Capita di condividere i sogni con chi senti vicino alle tue passioni: lui lo fece con me, io lo feci con lui. Da allora non ci siamo più sentiti.
Ieri Umberto mi rintraccia in chat (grazie Plugoo!), e mi racconta che ha incontrato Gamil, un egiziano cristiano copto che vive lì vicino, e che con lui hanno cominciato a parlare non di ristoranti, no, ma delle religioni, e del significato e delle implicazioni dell’essere una minoranza perseguitata (pare che i copti subiscano in Egitto vessazioni niente male da parte dei musulmani), e… Perché non facciamo insieme il ristorante kosher? E l’hanno fatto!
Aperto da poco, da pochissimo, tanto che non ci sono ancora andato. Ho sentito Umberto dominato da quel mix di preoccupazione e di entusiasmo che conosco bene, che è proprio di chiunque si cimenti con una cosa nuova da creare, alimentare, far vivere… insomma, tutto quello che serve per essere sicuri che andando al Nonna Betta si mangia benissimo!
Non ha ancora un sito, magari se ne ha voglia gli propongo di aprirsi un blog. Quindi vi consiglio di chiamarlo al cellulare (speriamo non si arrabbi, non gli ho chiesto il permesso): 349.6671620.
[PS C’è un’ultima cosa che mi ha definitivamente convinto: nella sua vita precedente Umberto si occupava di marketing, e ne ha masticato abbastanza per capire che bisogna fregarsene. Cosa molto più difficile che fare gli originali o gli alternativi. Ecco perché trovo geniale che – nonostante qualsiasi markettaro d’accatto ormai vi dica che “di tutte queste nonne e antiche tradizioni ecc… non se ne può più, signora mia” – lui abbia deciso di adottare come insegna proprio un bel Nonna Betta: una donna vera, un riferimento storico per la gente del ghetto di Roma. E Umberto, ovviamente, è davvero suo nipote: lo conosco troppo bene per sapere che se non fosse stato così, non avrebbe usato quel nome.]

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