Il blog di Antonio Tombolini

Odiare Beethoven

O

Ludwig Van Beethoven sul letto di morteUno si dà da fare per farsi un buon orecchio, cerca di ascoltare di tutto, di non avere pregiudizi, di imparare quel che c’è da imparare per apprezzare anche quello che lì per lì non è che ti attiri poi molto.
Uno comincia ad amare questo e quell’altro, si entusiasma per quell’altro ancora che non aveva mai ascoltato…
Poi, la debacle: basta un riascolto (stasera, in treno, è stata colpa del Concerto per pianoforte e orchestra no. 5 con Radu Lupu al pianoforte, che si era depositato nel lettore MP3 chissà quanto tempo fa), e niente, tutto da rifare. Ogni volta è così, con qualsiasi brano ti capiti: ascolti Beethoven, e capisci che la Musica è già tutta lì, quella che c’era, quella che c’è adesso, quella che ci sarà, e ti viene da chiederti ma perché mai ascoltare dell’altro?
Sì, ti odio, oh Beethoven, sommo distruttore della musica.

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  • Per un attimo ho pensato di essere, forse per la prima volta, in disaccordo totale con te. Poi ho colto l’ironia, nemmeno tanto velata. Ebbene sì: se ascolti un quartetto op. 130 ci senti già tutto il jazz dentro, Con 150 anni di anticipo, e scritto da uno sordo. Un odioso grandioso sordo.

  • Martino, l’op. 130, certo. E quello che doveva essere il suo quarto movimento, che venne scartato perche’ “incomprensibile”, la “Grande Fuga” che volle ripubblicato da solo come op.133:
    http://www.simplicissimus.it/2005/02/la_grande_fuga.html
    Ma (scoperta recente, per me!) il secondo (e stranamente, ultimo!) movimento della (ultima!) sonata per pianoforte no. 32: prova ad ascoltarlo (in tutti, ma in particolare nella spregiudicata esecuzione di Arturo Benedetti Michelangeli), il ragtime è lì, e lo capiscono in America:
    http://www.simplicissimus.it/2006/07/amare_lamerica.html
    E attenzione, questo vale quanto al Beethoven che è già tutta la musica che verrà. Ma lui è (e insieme, con la stessa sua musica) anche tutta la musica che è già stata. Prendi la sua (trascuratissima e bistrattatissima!) Missa Solemnis, ascoltala un paio di volte. Lo vedrai giganteggiare su Bach, su Palestrina, sul Gregoriano, sugli straordinari maestri di melodie inglesi del cinquecento…
    Ma vengo al punto, Beethoven *distruttore* della musica, e senza ironia (e così dico la mia anche sulla nota di Marco): certo, Mozart, grande Mozart, ma… insisto, di una grandezza diversa. Mozart ti fa amare la musica, ti apre alla musica, da Mozart nascono delle cose.
    Beethoven no, è totalizzante. Ti fa amare *la sua musica*. Lui non fa *nascere* altro. Lui è tutta la musica, la esaurisce, e quindi la distrugge.
    Ascoltare Mozart non mi fa incazzare (ma dopo un po’, perdonate la bestemmia, mi viene a noia). Ascoltare Beethoven mi fa incazzare davvero: resto incollato lì alla sua musica, e ascoltarla mi fa venire pensieri ingiusti (ma veri) verso tutto il resto della musica. La sua musica è “addictive”. E distruttiva.
    Ora scusate, ma ho bisogno subito di una dose… 😉

  • Complimenti: non avevo mai letto una definizione più precisa e definitiva su Ludovico. Ti da tutto e ti toglie tutto allo stesso tempo, perché non ci puoi aggiungere niente. E’ quasi una musica zen: nel silenzio della sordità ha scritto l’unica musica che si poteva e doveva scrivere, la Musica. Ha messo il punto e, nella sua ciclopica grandezza, ha tolto le parole di bocca a chi sarebbe venuto dopo di lui. Ed è anche una musica aspra e difficile, che non concede niente. Chiede attenzione e silenzio, ascolto e dedizione. Non è bella – se mi concedi l’arditezza: è spigolosa e ruvida e brutale come la vita può essere, e per questo più palpitante e sanguinante e umana di qualsiasi Mozart. E non ha la precisione matematica di Bach, ma ti porge una verità ultima, grave e insopportabile. E sublime, infine. Ti porta in alto e ti lascia sospeso e tu stai lì a dire “Ludwig! Cosa puoi dirmi ancora?”. Oltre c’è solo il silenzio. Ha scritto musica per circoscrivere il silenzio e ci ha messi lì in mezzo. Per questo, credo, Beethoven può risultare insopportabile, in una maniera deliziosa che ti rende arrendevole e indifeso.

  • Ecco Martino: avrei voluto dire proprio quello che dici tu, ma non avrei saputo farlo, grazie! 🙂
    @ Mitì: non ho mai letto Pirandello in questa chiave (e confesso che in realtà ne ho letto poco). Mi ci proverò!
    La cosa mi fa venire in mente che probabilmente questa essenza “distruttrice”, assai poco “edificante”, e quindi molto respinta dalla cultura ufficiale, è probabilmente propria dei veri “classici”, dei grandi “classici”: non sono “iniziatori”, o maestri. Sono piuttosto scostanti, antipatici. Sentono il peso non di iniziare, ma di raccogliere e distruggere l’arte di cui si occupano, portandola a vette da cui può solo più precipitare.
    La musica di Beethoven. L’architettura e la scultura (forse più che la pittura) di Michelangelo. Il poema di Dante. Il canto di Leopardi. Ecco, li contemplo, li ascolto, li guardo, li leggo, e mi pare che sì: in tutti costoro (e altri) non vi sia l’edificante notizia di una semina, ma la terrificante sublime vertiginosa altezza di vette cui si rimane sospesi, e da cui non si può che – umilmente – ridiscendere, magari in vista di un nuovo inizio.

  • C’è un suo “Colloquio sulla dialettica”, con Fink e altri, che ho riletto recentemente, al cui centro ci sono proprio Parmenide ed Hegel, in cui però mi pare che Heidegger tenda invece ad accentuare l’aspetto di “pienezza del compimento” proprio in Hegel, accennando riguardo a Parmenide più nel senso di un (mancato) diverso-inizio. Cosa che giustificherebbe l’esistenza di un Severino, mi pare.

  • Heidegger ha detto le cose che mi piacciono di più su Hegel nel seminario di Le Thor (pubblicato da Adelphi nel volume “seminari”), in cui insisteva invece sulla lacerazione romantica del giovane H., sulla sua dimensione “abissale”: qui si colgono, come in certi passaggi della Fenomenologia dello spirito (maxime la coscienza infelice), quegli aspetti di angoscia e di incompiutezza che troveranno una nuova giovinezza in alcuni pensatori post hegeliani, tra cui lo stesso Heidegger.
    Credo però che il poema parmenideo riceva, proprio per il suo necessario fallimento, un trattamento del tutto particolare nella prospettiva heideggeriana, tesa a interrogare l’Essere sempre a partire dal suo oblio, e per tornare ad esso. Era quello che faceva lo stesso Parmenide.
    Quanto a Severino, per una volta mi associo al giudizio di Heidegger: “quest’uomo è malato di divenire”.

  • Verissimo.
    Non si può ascoltare niente altro; la Sua musica ti appaga totalmente; una volta ero solo musica barocca, ora SOLO Beethoven, ascoltare gli altri per me ( magari sbaglio ma sono contento di sbagliare )
    è solo tempo perso.

  • ho letto le tue osservazioni su beethoven; certo che è uno dei nostri dei, ma ascolta alcuno concerti di Mozart (K414,466,467 ad esempio) e anche qui troverai il mondo intero.
    Se vuoi restare su beethoven ascolta, se non l’hai ancora sentito, il 1° concerto per pf, con Michelangeli; rimmarrai stupefatto.
    Grazie e ciaio

  • ..sicuramente il luogo in cui questo mio scritto apparirà troverà seguaci appassionati delle opere del grande MAESTRO,quindi terreno fertile onde riporre il seme di questa mio pensiero CHE MI INSEGUE DA SEMPRE la perfezione che avvertiamo in tutta la musica di beethoven io l’ho sempre ascritta a DIO è DIO che suona attraverso le sue mani,e sempre DIO che attraverso la sua musica ci fa scorgere i confini dell’universo e di noi stessi,se esiste un paradiso sicuramente ascolteremo beethoven in altre sue mille sinfonie o sonate per pianoforte che oggi riempiono le nostre vite…..e forse nel gran giorno del grande balzo scopriremo che il vero volto di DIO e quello del nostro amatissimo Ludwig van Beethoven

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