Il blog di Antonio Tombolini

Cercando di capire /3

C

L’ultima tornata referendaria in cui è stato raggiunto il quorum è stata quella del giugno ’95: si trattava di votare per 12 referendum, su materie diverse (economiche, sindacali, elettorali e sulle telecomunicazioni). Questo mi fa dire che sarà bene sgombrare il campo della nostra analisi dall’abusato luogo comune, secondo il quale la gente non vota più ai referendum perché i radicali ne hanno abusato, perché ne abbiamo fatti troppi.

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  • “Che aspettiamo, raccolti nella piazza
    Oggi arrivano i barbari.
    Perché mai tanta inerzia nel Senato?
    E perché i senatori siedono e non fan leggi?
    Oggi arrivano i barbari.
    Che leggi devon fare i senatori
    Quando verranno le faranno i barbari.
    Perché l’imperatore s’è levato
    così per tempo e sta solenne, in trono,
    alla porta maggiore, incoronato?
    Oggi arrivano i barbari.
    L’imperatore aspetta di ricevere
    il loro capo. E anzi ha già disposto
    l’offerta d’una pergamena. E là
    gli ha scritto molti titoli ed epiteti.
    Perché i nostri due consoli e i pretori
    sono usciti stamani in toga rossa?
    Perché i bracciali con tante ametiste,
    gli anelli con gli splendidi smeraldi luccicanti?
    Perché brandire le preziose mazze
    coi bei ceselli tutti d’oro e argento?
    Oggi arrivano i barbari
    e questa roba fa impressione ai barbari.
    Perché i valenti oratori non vengono
    a snocciolare i loro discorsi, come sempre?
    Oggi arrivano i barbari:
    sdegnano la retorica e le arringhe.
    Perché d’un tratto questo smarrimento
    ansioso? (I volti come si son fatti seri!)
    Perché rapidamente e strade e piazze
    si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?
    S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
    Taluni sono giunti dai confini,
    han detto che di barbari non ce ne sono più.
    E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
    Era una soluzione, quella gente.”
    ho troppo il morale sotto i piedi per fare analisi.
    quando mi passa ti prometto che ci ritorno su.

  • Raggiunsero il quorum e furono traditi.
    Da quella violenta reazione partitocratica derivò la disillusione nello strumento…
    ed in molti ci si affidò a quella che allora ci apparve la novità contro lo statalismo conservatore e burocratico della sinistre prepotenti e ribaltoniste di allora.
    Altra delusione, altra disillusione, altro scoramento.
    Ed ora che fare?
    Molti hanno già da tempo trovato la loro risposta: se lor signori se ne fottono di me, io me ne fotterò di loro. Loro cercheranno di controllarmi e di contenermi, ma soprattutto cercheranno di fare i loro affari e di me non si accorgeranno, perciò io farò altrettanto nel mio piccolo, fregando tutti come potrò, avvalendomi delle nequizie e del degrado diffuso dello stato di diritto ogni volta che potrò.
    Combatterò nel mio piccolo, al mio livello, fregando, fregando e fregandomene.
    E così, nel tempo, si è attuata la sciocca ribellione dell’individuo negato che frega il suo “oppressore” non appena questi gli volta le spalle.
    Se frega la FIAT, se frega TANZI, se frega BERLUSCA, se si è arricchito pure D’ALEMA, se un PECORARO qualsiasi può fregarsi un partito intero, se frega il VATICANO, se frega l’ASSICURAZIONE della mia auto, se frega pure la CROCE ROSSA ed il PRIMARIO, l’ASSESSORE ed il MANAGER, il DOTTORE ed il FARMACISTA, l’INGEGNERE ed il GIORNALISTA, la TV ed il CALCIATORE,… se è tutto un magna magna generale… frego pure io… ecché so’ scemo!
    Ed ecco il risultato: non produciamo più nulla, ci mangiamo le rendite… e chi se ne fotte…
    però, non appena possibile ci lamentiamo secondo l’atavico adagio del CHIAGNI E FOTTI.

  • EDITORIALE da IL RIFORMISTA
    lunedì 13 giugno 2005
    POST-DEMOCRAZIA.
    Chiesa e Aristocrazia, la politica si portan via
    Comunque finirà stasera, uno sconfitto c’è già. La settimana appena passata ci consegna le ceneri di quel caposaldo della democrazia rappresentativa che è l’autonomia della politica. O del politico, se volete, inteso come categoria e come individuo. Forze extra-democratiche, estranee cioè al gioco del consenso, non investite del carisma della sovranità popolare, irresponsabili nel senso inglese del termine (cioè non accountable, perché non rispondono del proprio comportamento davanti al corpo elettorale), hanno preso il sopravvento, dettato il corso degli eventi, ordinato alla politica di tacere o di parlare, a seconda delle convenienze. Ruini ha detto di tacere, e che silenzi ha ottenuto. Il grande silenzio organizzato dell’astensione, che si incista su una debolezza della democrazia, l’apatia, per farsene beffe. Ricucci ha indotto invece la politica a parlare, a «mettersi la maglia», secondo l’invito calcistico di Della Valle, rinunciando perfino alla finzione del ruolo di arbitro, che solo le compete in una guerra di mercato.
    Del silenzio sulla fecondazione, dice tutto quello scrupolosamente osservato da Berlusconi e da Prodi, stupefacente mentre milioni di italiani, loro passati e futuri elettori, sono chiamati dalla politica a parlare. Aggiungiamo solo la nostra adesione allo sconcerto di Mario Pirani, espresso su Repubblica: «In questa drammatica torsione della democrazia non stupisce il silenzio di Berlusconi. Addolora e meraviglia oltre ogni dire quello di Romano Prodi». Del vociferare scomposto su banche e aziende, dice tutto lo spettacolo che va in scena ogni giorno sui giornali: la politica che parteggia, di qua o di là, per il profitto di questo o di quello, per il potere economico che ritiene più amico.
    L’autonomia della politica non è l’arroganza di un’auto blu, di una sirena spiegata, di un codazzo di clientes. E’ il cardine di una delle più grandi rivoluzioni della storia dell’umanità, quella che nello scorcio di un secolo portò gli inglesi, gli americani e i francesi a prendere il potere nelle loro mani. Si chiamò democrazia in omaggio all’età classica delle «polis», e voleva dire potere al popolo. Si attuò, con alterni risultati, attraverso forme di delega diretta o indiretta del potere del popolo ai rappresentanti del popolo, cioè alla politica. Aprì l’era moderna, riducendo in una condizione ancillare i grandi poteri non democratici che avevano fin lì governato la vita degli uomini: la Chiesa e l’Aristocrazia. Quando il popolo parlava, era la Nazione. E nessuno può tener testa alla Nazione. E’ un’idea così forte che perfino i recenti fallimenti dell’idea-Europa ne segnalano l’ostinata resistenza: i popoli, almeno quelli degni di questo nome, non cedono la loro sovranità tanto facilmente.
    L’Italia è un caso-scuola della crisi profonda e moderna di questa forma di governo nell’Occidente. Siamo ormai già un paese post-democratico, da quando, una quindicina di anni fa, i partiti di massa si sciolsero nella fornace di un altro ’89. Perfino la forma verbale ce lo dice. Oggi chiamiamo Istituzione la Chiesa, e chiamiamo Istituzione il consiglio di amministrazione della Rcs, e chiamiamo Istituzione la Banca d’Italia. Di tutte e tre le Istituzioni veneriamo l’immutabilità, la tradizione, l’intangibilità: in una parola la regalità. Governatore e Papa sono tali a vita. E l’establishment pure, almeno fino all’affermarsi del prossimo, che sarà ugualmente considerato intangibile.
    La politica è debole, condizionata, ricattata. E dunque obbedisce, tacendo o parlando a comando. La politica sa di non rappresentare il popolo (che è pronto a farsi Forza Italia, o Forza Prodi, o domani, chissà, Forza Montezemolo, accogliendo ogni appello all’anti-politica). La politica sa di trarre la sua residua forza dal favore dei poteri extra-politici, e si comporta di conseguenza. Qualcuno avrà trovato curiosa la sintonia di questi giorni tra Fassino e Fini, ai due antipodi in Parlamento, sul referendum. Tanto curiosa non è: sono entrambi figli della prima Repubblica, del tempo dell’autonomia della politica, e del Leviatano di Hobbes. Pensano ancora, poveri illusi, che il Sovrano abbia il monopolio del potere, e che il popolo sia il Sovrano. Così non è più in questa post-democrazia, dove comandano le lobby e i media, ognuno padrone nel suo feudo, e il Parlamento non è più il luogo della sovranità.
    Per questo la settimana che si è appena chiusa segna (o almeno simbolizza) un regresso molto grave della forma demo-cratica, icasticamente espresso nell’invito a deporre l’arma del voto. Di fronte a queste spoliazioni, i popoli reagiscono di solito in due modi: o con una silente acquiescenza o con un sussulto rivoluzionario. Il raggiungimento del quorum al referendum, nelle condizioni dell’Italia di oggi, equivarrebbe a una rivoluzione. Per questo è quasi impossibile.

  • RIPARTIAMO DA QUEL 26%.
    La scienza, comunque, andrà avanti… da un’altra parte, però. Ma non è questa la mia preoccupazione.
    E’ il nostro Paese che, nostalgico e conservatore, adesso si è messo a correre all’indietro.
    Di questo dovremo farci carico.
    E ci vorrà molto tempo, per invertire la rotta.
    Questa generazione di radicali, di laici, di liberali ha questo compito.

  • ho come l’impressione di dover assistere prima al crollo, tenendomi pronto a sgombrare le macerie di casa, per poi guadagnarmi l’opportunità di ricostruire.
    è che non mi rassegno alla condizione di dover soltanto assistere al disfacimento.

  • Scusa Antonio
    la mia brain storm.
    Ma devo aggiungere, come spunto, anche il deficit di cultura, pensiero e metodo scientifici nel nostro Paese.
    Ed anche su questo dovremo insistere e lavorare per.

  • certo che non sapete nemmeno uscire sconfitti… se penso alle stupidaggini che ho dovuto leggere su questo sito nelle scorse settimane, anche da tanti “cattolici” adulti ma forse minorati mentali (con la diagnosi preimpianto qualcuno se ne sarebbe sbarazzato, ma io li accolgo come fratelli), e ora le vostre reazioni..davvero non sapete perdere..per cui la colpa di quello che è successo è di altri..
    il dato parla.. dei vostri discorsi agli italiani non è interessato..dei valori dell’uomo e della vita invece si può ancora discutere…

  • Non vorrei “forumizzare” il blog, ma come “cattolico adulto” non posso rifiutare una breve risposta al fratello Marco. Noi abbiamo perso come promotori, non siamo certo “usciti sconfitti” come cristiani, avendo agito in nome della vita. E’ vero, non siamo riusciti a coinvolgere l’Italia più che in certe altre occasioni (esattamente come altri non sono riusciti a far astenere più che in certe altre occasioni). Qui ci si sta chiedendo appunto in cosa NOI possiamo aver sbagliato, e perchè un risultato così lontano dalle nostre aspettative e un così basso “interesse”.
    Riguardo all’ultima affermazione: come si può democraticamente discutere con chi sceglie democraticamente di non esprimersi?

  • all’omonimo rispondo che gloriarsi di un’astensione spacciandola per doppio no è di un truffaldino ineguagliabile. l’astuzia dei bari al tavolo della democrazia.
    prima di decidere chi sa perdere e chi sa vincere le partite bisogna imparare a giocarle.
    franchezza per franchezza.

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