Il blog di Antonio Tombolini

Del Dalai Lama, ovvero domande che non si fanno

D

Il Dalai Lama
La domanda che segue domanda è una domanda vera, perché ne so niente di buddhismo e ancora meno di Tibet e meno ancora di Dalai Lama, perciò prendetela per quel che è: la domanda di uno che non capisce e vorrebbe capire. La domanda mi frulla in testa da tempo, ogni volta che si parla di Dalai Lama. Ma mi frulla ovviamente di più in questi giorni, in cui si sente da più parti affermare la necessità di difendere (tra mille cose sacrosante come i diritti dei tibetani, la libertà, la non-violenza ecc…) anche il ruolo di guida politica del Dalai Lama.
La domanda è semplice, e la fa uno che proprio non sopporta, per dire, che un Papa, o un Ayatollah, si ergano a guida politica dei popoli: perché mai bisognerebbe difenderne il ruolo di guida politica? L’ha eletto qualcuno? E se non l’ha eletto nessuno, minaccia di dimettersi da che? E’ più buono del Papa e degli Ayatollah e dunque va bene? E se nessuno l’ha eletto e però per noi va bene perché il buddhismo è diverso dalle altre religioni vuol dire che per risolvere i nostri problemi politici basterebbe instaurare un regime buddhista?
Che ne so, magari il mio amico Malvino saprebbe rispondermi. Nel caso lo ringrazio fin d’ora.

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  • credo che il massacro compiuto da parte dei cinesi nelle rivolte in Tibet non sia accettabile, sopratutto da parte di un paese che vuole considerarsi fra i leader del mondo.
    Le proteste non violente dei tibetani sono un modo per mantenere l’attenzione sul loro paese occupato illegalmente dalla Cina che ha forzato una immigrazione cinese per distruggere la cultura di quel paese.
    In questo scenario, discertare sulla guida politica del Dalai Lama risulta scarsamente rilevante, e’ un dato di fatto che egli risulta il tratto di unione della resistenza all’occupazione cinese.

  • Ok, prendo atto che non hai risposto alla mia domanda. Mi stai dicendo che è inopportuna, che non è il momento ecc… Magari hai ragione. Mi aspetto una risposta nel merito quando riterrai che sia il momento.

  • Esatto, Antonio. Se è vero che l’occupazione cinese del Tibet è illegittima, è anche vero che il Tibet era, prima della suddetta occupazione, uno strano regime teocratico, fondato sulla coabitazione di due cariche: il Dalai Lama, vale a dire la giuda spirituale, e il Panchen Lama, vale a dire una sorta di guida politica, entrambi scelti attraverso un esame che mirava ad accertare quale tra i candidati fosse effettivamente l’incarnazione del precedente Lama.
    Insomma, nessuno dei due è stato eletto, come invece avviene per tutti gli altri capi religiosi di mia conoscenza, dal papa cattolico ai diversi rabbini capi, dalle guide spirituali sciite agli imam sunniti, per arrivare a quei notevoli esempi di democrazia rappresentati dalle chiese evangeliche e riformate, valdesi in primis. Non si tratta, a rigore, nemmeno di successione ereditaria, ma di autocrazia perpetua; detto per inciso, il Dalai Lama è stato sempre più importante e più influente del Panchen Lama, il che ribadisce ulteriormente il carattere teocratico del regime tibetano.
    Il punto che tu sollevi, però, pone anche un’altra questione, vale a dire quella della legittimità. Infatti, se è vero che la nomina della guida politica del Tibet non risponde ad alcun requisito di democrazia, per quanto elastico, la sua definizione di legittimità è un altro paio di maniche. Infatti, la legittimità del Dalai Lama è dovuta essenzialmente al suo essere, per quanto è dato sapere, l’autorità ricoosciuta da un popolo oppresso, che potrà senz’altro optare per istituzioni più democratiche, ma che per il momento non è in condizione di operare alcuna scelta sovrana.
    Mancando la sovranità popolare, la democrazia manca per definizione; l’instaurazione di questa sovranità passa, allo stato attuale delle cose, per il riconoscimento di istituzioni autonome del popolo in questione, che coincidono con quelle di cui si è detto. Pertanto, la posizione del Dalai Lama, per quanto poco difendibile sul terreno della sovranità popolare (persino meno di quella del regime cinese, almeno nel senso in cui un totalitarismo secolare è migliore di una teocrazia), lo diventa su quello dell’indipendenza nazionale, condizione costitutiva per la fondazione della sovranità.

  • Hehe, non dubitavo che qualcuno avrebbe capito, e non dubitavo manco su chi 🙂
    Voglio cogliere il prezioso filo che dipani, Nane, e raccoglierlo dove tu lo lasci:
    “la posizione del Dalai Lama, per quanto poco difendibile sul terreno della sovranità popolare (…), lo diventa su quello dell’indipendenza nazionale, condizione costitutiva per la fondazione della sovranità.”
    Bene, ti seguo perfettamente su questa, che è una posizione “classica” dei fondamenti del diritto in situazioni di stato nascente. Ma c’è una cosa curiosa: da almeno un paio d’anni il Dalai Lama si sfiata a dire che la sua “linea politica” non è nel senso della rivendicazione della “indipendenza”, ma di una richiesta di “autonomia” per la regione, di tipo federale per quel che è dato di capire, sempre nell’ambito dello stato cinese. E allora come la mettiamo? Lui è legittimato “di fatto” a rappresentare il “suo” popolo nella richiesta di una indipendenza nazionale che possa fondare la sovranità del popolo tibetano. Ma a lui di questa sovranità non vuole proprio saperne: e infatti arriva a dire al “suo” popolo che se continuano così lui “si dimette”. Bah.

  • Non è che ci veda grandi contraddizioni. Assumiamo che il Dalai Lama sia, sulla base dei criteri “di emergenza” di cui sopra, il rappresentante legittimo del popolo tibetano, che mal tollera le imposizioni cinesi, sulle quali torno tra un momento. Ora, la via dell’indipendenza nazionale può essere impraticabile tatticamente (i rapporti di forza sono tali da escluderla) o strategcamente (non si ritiene che uno Stato sovrano in Tibet avrebbe i mezzi, la forza e l’organizzazione per prosperare); in entrambi i casi, il riconoscimento di una forte autonomia, sul tipo di uno statuto federale o parafederale, potrebbe essere sufficiente per ridurre, se non eliminare, le caratteristiche oppressive dell’occupazione cinese.
    Per circoscrivere meglio questo punto, è opportuno chiarire che cosa si intenda per oppressione cinese. Tibet e Cina, infatti, sono realtà contigue e culturalmente affini, collegate in una sorta di federazione almeno dai tempi della dinastia Qing (1644-1911), che hanno convissuto per molti secoli, con rapporti a volte tumultuosi ma sempre all’interno di una sostanziale egemonia culturale ed economica della Cina. In proposito, suggerisco la lettura dell’ottimo Ombre cinesi, di Stefano Cammelli (Einaudi, 2006), che aiuta a capire che cosa si ntenda per “Cina” e quali rapporti questa civiltà abbia sviluppato con i suoi vicini. La novità introdotta dalla conquista cinese del Tibet non consiste tanto nella sua sottomissione politica, quanto nel tentativo di assimilazione totale, sul piano linguistico e culturale più ancora che su quello politico e amministrativo.
    In questo quadro si colloca la scelta autonomista, in quanto differente da quella indipendentista, rispetto alla quale, aquanto è dato sapere, si registra una certa discrepanza nelle posizioni del popolo tibetano. Ma qui siamo semplicemente sul piano di una dialettica politica tra un governo in esilio (visto che tale abbiamo deciso di considerare quello del Dalai Lama) e una parte, più o meno consistente, della popolazione occupata e del suo movimento di resistenza. Se il governo in questione si ritiene esautorato dalle scelte popolari, la scelta di dimettersi mi pare perfettamente legittima, se non auspicabile; mi pare altrettanto legittimo che esso utilizzi la minaccia delle dimissioni per sostenere le sue tesi.
    Anzi, a ben vedere un Dalai Lama dimissionario aprirebbe un nuovo e interessante terreno di confronto sulla scelta del successore, che potrebbe avviare una nuova fase di legittimazione popolare. Le solite astuzie della ragione?

  • Le “dimissioni” del DL sono da vedere come protesta anti-violenza, non in ottica politica tradizionale. La tua domanda quindi viene messa fuori giuoco in quanto il DL non si propone un po´come “la Costituente” di un potenziale Tibet libero/autonomo. Cioé: il DL non si pone l’ interrogativo che ti poni tu. Per lui é ovvio che il Tibet libero o autonomo sia tale proprio e solo in funzione del ritorno dello status quo antea 1949.

  • d. perché mai bisognerebbe difenderne (del Dalai Lama) il ruolo di guida politica?
    r. Perché la stragrande maggioranza – credo – del suo popolo, lo vuole. Se non per altro, per questo.
    d. L’ha eletto qualcuno?
    r. No.
    Ma è così importante? Qualcuno ha detto che la democrazia è il meno peggiore fra i sistemi di governo. Mica il migliore, il meno peggiore. Ma poi la storia ci insegna che una democrazia funziona realmente a condizione che il popolo che inizia a praticarla arrivi a questa attraverso processi interni, propri, endogeni; altrimenti è tutto un pasticcio e a democrazia (formale) non corrisponde giustizia.
    E in ogni caso, Hitler vinse le elezioni…
    d. E se non l’ha eletto nessuno, minaccia di dimettersi da che?
    r. Dal ruolo religioso e politico che gli appartiene: né più, né meno della regina d’Inghilterra, direi.
    Entrambi, il signor Lhamo Thondup, Dalai Lama del Tibet e la signora Elisabeth Windsor in Mountbatten, Regina del Regno Unito di Gran Bretagna e di 15 Paesi del Commmonwealth, non sono stati eletti da nessuno.
    Eppure i loro popoli, probabilmente, li eleggerebbero e comunque li riconoscono come loro rispettivi ‘capi-tribù’.
    d. E’ più buono del Papa e degli Ayatollah e dunque va bene?
    r. Va bene nella misura in cui va bene la Regina Elisabetta. Il Papa nessun popolo lo riconoscerebbe oggi come capo del suo Stato. L’Ayatollah non lo so… Direi che è affare dei Persiani. Noi dal nostro canto abbiamo avuto Mussolini e tuttora abbiamo Berlusconi, sicché…
    d. E se nessuno l’ha eletto e però per noi va bene perché il buddhismo è diverso dalle altre religioni vuol dire che per risolvere i nostri problemi politici basterebbe instaurare un regime buddhista?
    r. Probabilmente, sì.
    Non certo un regime teocratico in senso stretto bensì rideclinato al nostro tempo, che non è il tempo del Tibet, alla nostra storia, che non è la storia del Tibet.
    Ma, paradossalmente, provocatoriamente, direi senz’altro di sì.

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