Il blog di Antonio Tombolini

Di startup, di banche e di soci (trattatello breve)

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Sono quattro, non una di più non una di meno, le cause di fallimento di una startup. Le elenco in ordine di frequenza decrescente:

  1. Eccesso di denaro: la startup parte con troppi soldi disponibili fin dall’inizio
  2. Pessima esecuzione: non si saprà mai se l’idea era buona o no, la startup viene gestita male, a prescindere
  3. Idea sbagliata: l’idea fa schifo, è una bufala, il mercato per quella cosa lì non c’è, anche facendo il meglio e il massimo niente da fare, i ricavi non decollano
  4. Crisi di Crescita: la società ad un certo punto inizia a crescere vertiginosamente e ha bisogno di denaro per acquistare le merci con cui fare i prodotti da vendere. Se non trova velocemente questo denaro non può comprare quelle merci, non può evadere quegli ordini, e muore

1. Eccesso di denaro

Un classico, soprattutto in certe fasi (quella che stiamo attraversando – attenti investitori! – di cosiddetta crisi, ovvero di liquidità bloccata in tasca agli investitori, rischia di essere una di quelle fasi lì).
I professionisti del business plan ne mettono giù uno ben congegnato, con tanto di lustrini al posto giusto, e lo sottopongono agli investitori, a quelli del tipo che se l’investimento è sotto i 10 milioni di euro non ne parliamo neanche.
Molti di questi business plan vengono (per fortuna) buttati nel cesso (con gran spreco di tempo, energie intellettuali a volte rimarchevoli, e soprattutto di carta e power point). Qualcuno però va in porto, nel senso che l’imprenditore si trova improvvisamente a disposizione un fiume di denaro, tanto quanto non ne aveva mai visto in vita sua, per avviare l’impresa.
Il risultato è quasi scontato: l’ampia disponibilità di denaro eviterà all’imprenditore situazioni del tipo “se faccio adesso la scelta sbagliata sono fottuto“, innescando in lui ragionamenti del tipo “mah, proviamo, se va male cambieremo strada“. La startup perderà subito la sua qualità principale, ovvero il focus su due questioni: 1) qual è il mio mestiere? 2) dov’è il mio mercato?
Questo perché il focus, contrariamente a quanto si dice, non è una cosa che si mantiene (occorre mantenere il focus!, come usa dire), non è la fedeltà (ottusa) ad un postulato scolpito sulla pietra dell’atto costitutivo della società, tutt’altro.
Il focus (la vera vocazione di un’impresa) è un cammino, un percorso, una storia, una cosa che si scopre e si conquista nella operatività del giorno per giorno, e che è possibile scoprire e conquistare solo se l’imprenditore è costretto ad un livello di concentrazione straordinario, quasi sovrumano, dalla scarsità delle risorse, innanzitutto monetarie, che ha a disposizione, sottoposto continuamente a scelte lettarelmente vitali (o letali) per la sopravvivenza dell’impresa.
Corollario: la mancanza di soldi è l’alibi inconsistente e infondato del sedicente genio incompreso della startup. Semmai è vero il contrario. Controprova: avete mai visto un miliardario gestire una startup? Io no: semmai investe in una startup, certo non la crea e quasi mai la gestisce.

2. Pessima Esecuzione

Qui non c’è molto da dire, se non che questo aspetto si connette spesso al precedente: una pessima esecuzione, una cattiva implementazione dell’idea di business può dipendere o dalla incapacità dell’imprenditore (e allora è meglio che cambi mestiere) o dal fatto che le sue capacità sono state obnubilate dall’ampia disponibilità di denaro (e allora ricadiamo nel caso di cui sopra).
Risultato: l’impresa fallisce senza neanche poter dire se l’idea che ne era alla base era buona oppure no.

3. Idea Sbagliata

L’imprenditore è bravo, l’esecuzione è ottima, ma… niente da fare: il mercato che sospettava esistere in realtà non c’è, era proprio sbagliata l’idea. In questo caso l’imprenditore merita una prova d’appello, e anzi più di una: investirei sempre sulla startup di un imprenditore che ne ha toppate già anche più di una, purché fossi certo delle sue ottime capacità di esecuzione. Avere l’idea giusta è questione impalpabile, di sensibilità, magari anche di fortuna. A volte una buona, ottima idea è persino ovvia, e non è mai la bontà dell’idea a fare il buon imprenditore: lo è invece la sua capacità di eseguire una buona idea in maniera eccellente, in situazioni critiche (vedi il punto 1.)
Controprova: se ne avessi il tempo mi dedicherei in questo momento al lancio di una bottega di pasta fresca, come quelle che abbiamo in tutte le nostre città d’Italia, a Londra, o a Tokyo, o a New York, e poi ne aprirei altre, a catena. Ecco, questa è un’eccellente idea, se ci pensate perfino ovvia nella sua bontà (da noi esistono e lavorano alla grande; all’estero l’italian food rulez, e la pasta rulez anche di più; all’estero non ci sono negozi di pasta fresca, ergo…). Quanti di voi sarebbero però capaci di realizzare, implementare questa idea in maniera eccellente?
Corollario: mi fanno ridere quelli che proteggono la loro idea di business, ancora di più quelli che vorrebbero farsi pagare per un’idea; più di tutti però mi fanno ridere quelli che se la comprano 😀
Il difficile in un business non è l’idea, ma la sua esecuzione. Di buone idee disponibili, e gratis, è pieno il mondo.

4. Crisi di Crescita

Di questa fase sono, modestamente, uno specialista 😉
L’idea è buona. La startup è partita con risorse all’osso che le hanno consentito di conquistarsi un focus, e una posizione sul mercato. L’esecuzione è buona, e l’idea pure, tanto che le vendite sono sempre state in crescita (per una startup non è importante il livello delle vendite, è importante che siano sempre in crescita). In crescita costante e regolare per i primi due, tre anni. Al terzo anno, massimo al quarto, arriva un’impennata improvvisa: la startup ha varcato la soglia minima di significatività sul mercato, e deve cambiare marcia. Gli ordini si impennano, e con questi anche i fabbisogni finanziari a breve (di norma l’impresa deve pagare le sue materie prime prima di poter incassare dalla vendita dei prodotti). Insomma: l’impresa ha bisogno di molti soldi per poco tempo ma subito.
Molti soldi perché? Perché gli servono per poter consegnare quell’infinità di ordini che gli sono piovuti addosso!
Per poco tempo perché? Perché superata la fase dell’impennata inizierà ad incassare sui nuovi standard quantitativi e tornerà ad avere una crescita più regolare con fabbisogni programmabili.
Ma subito perché? Perché è un’impennata: oggi ti ritrovi improvvisamente ordini da consegnare entro un mese equivalenti in quantità al triplo di quelli che hai consegnato in tutto l’anno. Ovvero devi avere soldi abbastanza per comprare in tempo utile il triplo di quello che hai comprato un po’ alla volta tutto l’anno.

Beh, per questo ci sono le banche, dirà più d’uno. Forget it: non solo le banche non sono affatto disponibili a investire alcunché su un’idea, anche se ben eseguita, non solo non sono disponibili (né saprebbero farlo del resto) a finanziare un business in base al suo andamento e ai risultati previsti. No no: le banche non sono disponibili neanche ad anticiparti di un mese l’incasso di una fattura emessa su un cliente arci-noto e arci-sicuro per poter con quei soldi pagare l
a fornitura che ti servirà a consegnare a quello stesso cliente il mese dopo un nuovo mega-ordine. Quindi tenete a mente una cosa: nel momento topico della startup, quello in cui avrete bisogno di tanti soldi per poco tempo e subito per far fronte alla crescita, non contate sulle banche.

E allora? Allora di questo momento il nostro buon imprenditore startupparo deve preoccuparsi prima, quando avvia la sua impresa: o è molto ricco di suo (ipotesi improbabile per quanto detto sopra: chi è ricco sul serio non crea startup, semmai ci investe); oppure deve premunirsi coinvolgendo da subito, fin dall’inizio, soci in grado (quando servirà) di garantire alla società le risorse monetarie a breve che serviranno a coprire quel gap che esiste tra l’impennata della crescita travolgente e la generazione di un flusso di cassa positivo, ovvero la terra promessa dell’autofinanziamento. E non dovrà avere paura, l’imprenditore, così facendo, di perdere il controllo della società, della sua impresa: se se lo potrà permettere farà bene a cercare di mantenere il 51% delle quote sociali, ma se la società avrà bisogno ad un certo punto di risorse aggiuntive per finanziare rapidamente la rapidissima crescita, non dovrà esitare e sarà pronto ad accettare di rimanere socio con una quota di minoranza: il controllo di una startup non dipende dalle quote che l’imprenditore detiene, ma dalle sue capacità di gestione dell’impresa.

E allora le banche a che servono?

Servono servono: serviranno soprattutto quando – arrivati all’autofinanziamento, e cioè quando non c’è più bisogno di loro – saranno ben felici di prestarvi 2 euro per ogni singolo euro che la società investirà in proprio, moltiplicando così il potenziale di investimento della società stessa. E a quel punto saranno loro a farvi la corte, garantito.

Come si dice… spero aiuti! 🙂

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