Il blog di Antonio Tombolini

L’equivoco della democrazia

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In democrazia i partiti politici concorrono alle elezioni per vincere, e quindi governare il Paese. Questo è fare politica, in fondo. Chi vince governa, e chi perde… Chi perde che fa?

C’è qualcosa che non quadra nel nostro sistema, che chiamerò (seguendo la felice intuizione di Marco Pannella) di democrazia reale, così come si parlava di socialismo reale per l’Unione Sovietica.

Nel nostro sistema di democrazia reale non governa chi vince, semplicemente perché non si sa chi vince. E non si sa chi perde. Nel nostro sistema vale l’opposto: chi governa vince, e chi non governa perde.

Controprova sull’attualità (ma è così da sempre da noi): Salvini aveva vinto o perso alle ultime politiche? Aveva vinto, in quanto apparentato, come Lega, con Forza Italia e Fratelli d’Italia, presentatisi alle urne con un programma comune di Centro-Destra. Grillo e il PD avevano invece perso: raccogliendo comunque un bel po’ di voti il primo, molti meno il secondo.

Risultato finale? Salvini va al governo con Grillo: Salvini e Grillo hanno vinto, perché sono andati al governo, non viceversa. Così come Berlusconi e Renzi hanno perso, perché non sono andati al governo.

Che poi tanto finale il risultato non è perché, roba di questi giorni, a ulteriore riprova del mio assunto: voilà, si ribaltano le situazioni, il PD si accinge ad andare al governo con Grillo, e Salvini ne è fuori: Grillo e il PD hanno vinto, Salvini ha perso, insieme a tutto il Centro-Destra, quello che, stando ai voti, aveva vinto.

In un sistema siffatto chiunque raccolga un po’ di voti potrà sempre sperare di andare al Governo, non dovrà mai prendere atto di una vera e propria sconfitta.
In un sistema così è più facile, quasi naturale, che si faccia strada l’idea che fare politica coincida col governare.

Di qui la sicumèra con cui gli espertoni, quelli che sanno sfoggiare quel cinismo da ex-sessantottino (ma anche ormai da ex-settantasettino) che va tanto di moda, parlano di “voto inutile”, invitano al montanelliano (e immoralissimo, in politica) turiamoci il naso: perché, ti insegnano, questa è la politica, è sangue e merda, tutto pur di arrivare al governo. Non il velleitarismo di chi si condanna a essere minoranza.

Naturalmente la democrazia non è questo. Naturalmente la democrazia – sempre imperfetta per definizione – è un sistema di poteri e bilanciamento dei poteri, alla cui salute contribuiscono, e devono contribuire con pari dignità e importanza, chi governa e chi fa opposizione. Il compito di chi vince è governare, assumendosene le responsabilità. Ma c’è un compito almeno parimenti importante per chi perde: fare opposizione, assumendosene la responsabilità!

Nel nostro sistema di democrazia reale i partiti che stanno all’opposizione non fanno opposizione. La loro azione politica non è guidata dalla domanda: come contrastare l’azione di governo? Come contrapporre alle proposte di governo altrettante e altrettanto ben costruite proposte di opposizione? Come contrapporre efficacemente all’azione di governo un’agenda alternativa di cose da fare?

L’azione politica dei partiti che nel nostro sistema stanno all’opposizione, senza farla, è guidata da un’unica domanda: come possiamo tornare al Governo?

Controprova sull’attualità (ma è sempre stato così, da noi): il PD che ha perso dice a se stesso abbiamo perso elettori perché vogliono più assistenzialismo e hanno votato Grillo. Abbiamo perso elettori perché vogliono più “sicurezza” e hanno votato Salvini. Cosa possiamo fare? Dobbiamo spiegare agli elettori che anche noi siamo capaci di dargli più assistenzialismo e più sicurezza! Certo, non con la brutalità e l’ignoranza dei Salvini e dei Grillo, ma con l’eleganza e i modi di cui noi siamo capaci. Ma quello dobbiamo fare.
L’opposizione non fa opposizione, ma cerca continuamente di rincorrere l’elettorato di chi sta al governo sibilandogli all’orecchio “dai, torna da noi, anche noi ti avremmo dato quello che vuoi, e anche meglio!“.

Qual è il massimo di opposizione di cui il PD è stato capace negli ultimi quattordici mesi? Non contrapporre proposte proprie all’azione di governo. No, nessuna opposizione, in realtà, ma solo rimproveri volti a sottolineare che il governo non è riuscito a fare quel che prometteva: avevate detto che avreste espulso 600mila immigrati e invece non ci siete riusciti, trallallero! Avevate detto che il reddito di cittadinanza l’avrebbero chiesto un miliardo di persone e invece non è vero, trallallà! Avevate detto che facevate la flat tax e invece non l’avete fatta, tiè!

Che fare, in una situazione come quella del nostro Paese, per dare fondamento a una democrazia sana?
Il ragionamento, dal mio punto di vista, dovrebbe essere pressappoco questo:

  1. In questo Paese (e probabilmente in tutto l’Occidente benestante), in questa fase storica, la maggioranza dei cittadini elettori è su posizioni reazionarie, conservatrici, più o meno esplicitamente razziste, giustizialiste, luddiste, illiberali. Per dirla con quelli del PD che sbavano per andare al Governo con Grillo se si va ora a votare, Salvini stravince!. Come se la soluzione fosse quindi non andiamo a votare finché non cambierà il vento della storia. Salvini (e/o Grillo, che si passano gli stessi voti degli stessi elettori sulla base degli stessi fondamento ideologici fatti di oscurantismo reazionario e autoritarismo giustizialista) vincerà fintanto che tra i cittadini queste tendenze saranno maggioritarie.
  2. La soluzione non può certo essere diventare reazionari come loro, solo un po’ più educati e presentabili. No. Scusate, ma il populismo degli 80 euro di Renzi non è meno scialacquone e irresponsabile del reddito di cittadinanza di Di Maio. E il patto criminale fatto da Minniti con la Libia, che ha condannato a morte e torture migliaia di profughi, non è meno criminale della politica dei porti chiusi di Salvini.
  3. La soluzione è presentarsi con una iniziativa politica che, sulla base di una analisi realistica e di verità, si presenti dichiaratamente e programmaticamente per fare opposizione.
  4. Per fare questo dovrà essere una iniziativa politica ricca di temi da affrontare e di cose da fare e di soluzioni da proporre, tali che si oppongano a quelle di chi governerà: le fronteggino, combattano per vincere sulle altre, che si ritengono dannose per il Paese.

Un esempio. Tutti dicono dobbiamo evitare l’aumento dell’IVA.
L’iniziativa politica che ci serve non è quella di un PD che dice presto, fateci andare al governo perché noi ci riusciamo davvero a evitare l’aumento dell’IVA, con voi leghisti c’è il rischio che aumenti.
Nessuno che parli del come. Perché il loro come è identico: tutti, Salvini e Grillo, così come il PD, pensano di bloccare l’aumento dell’IVA andando a Bruxelles a implorare un po’ di manica larga. Solo che il PD fa intendere che loro (con Conte poi, in queste cose così bravo!) sì che ci riuscirebbero a intenerire l’UE, non come quel rozzo di Salvini che gli dà addosso. Oppure, o meglio, in aggiunta, eviterebbero l’aumento dell’IVA aumentando qualche altra tassa, senza nulla fare sul versante delle uscite.

L’iniziativa politica che ci serve è quella che potrebbe dire cose come: evitare l’aumento dell’IVA? Sicuri che sia la cosa migliore? E se decidiamo che sì, lo è, come? Non sarebbe il caso di mettere finalmente in atto una seria, grande, fortissima politica di taglio degli sprechi? No, non l’ennesima riduzione dello stipendio della casta, ma proprio un taglio drastico di tutto ciò che di statale e parastatale è greppia inutile che drena risorse e produce danni. E giù elencando quali sono gli sprechi da tagliare e come intervenire. E non sarebbe forse il caso di dichiarare finalmente guerra agli evasori? Alla grande evasione, quella che si sa benissimo dove sta e come si fa a bloccarla. E giù elencando settori economici e territori su cui sviluppare un’azione di bonifica fiscale a tappeto. Così costruendo le premesse di un abbassamento della pressione fiscale su chi le paga, altrimenti impossibile. E disegnando un sistema fiscale che privilegi il reddito sulla rendita, all’opposto di quel che avviene oggi?

L’iniziativa politica che ci serve è quella che potrebbe dire cose come: la vogliamo piantare con la retorica della famiglia naturale e della donna che dovrebbe rimettersi a figliare come ai bei tempi per porre riparo al deficit demografico? Lo vogliamo dire che se abbiamo pochi figli pro-capite non è perché non ce lo possiamo permettere (constatazione banale: i tassi di natalità sono inversamente proporzionali ai livelli di benessere) ma perché non vogliamo più fare tutti ‘sti figli? E lo vogliamo dire che di per sé la densità di popolazione in Italia è fin troppo alta, e che siamo quindi in troppi? Lo vogliamo dire che se vogliamo rimediare al problema dello squilibrio tra popolazione lavorativa e popolazione pensionata o in via di pensionamento il fattore su cui impegnarsi è quello di portare al lavoro, e quindi a reddito, intere masse (donne, giovani) che ne restano ancora oggi sostanzialmente escluse? E che per farlo non bisogna versare l’assegnino di incentivo a chi fa più figli, ma investire su più asili e più scuole pubbliche di maggiore qualità?

L’iniziativa politica che ci serve è quella che potrebbe dire cose come: basta con questa storia che se diamo un po’ di soldi agli imprenditori aumentano i posti di lavoro. Sono tutti effetti microscopici, e di basso impatto, a fronte dell’alto costo. Lo vogliamo dire che il lavoro è cambiato già radicalmente e cambierà sempre di più? Lo vogliamo dire che continuare a buttare soldi sulle tante piccole ILVA e Alitalia di cui è ancora neoplasticamente pieno il nostro tessuto imprenditoriale equivale letteralmente a buttare quegli stessi soldi nel cesso? Lo vogliamo dire che ci serve una decisa svolta di sistema (dalla scuola a tutto il resto) e di cultura nella direzione di ciò che pure costituiva un tempo il plus dell’Italia, ovvero la creatività, la capacità di trasformazione, la capacità di innovazione, piantandola, almeno per un po’, con tutta la retorica dei mulinibianchi e del come una volta? Lo vogliamo dire che non possiamo più permetterci i livelli di ignoranza da record mondiale in tema di nuove tecnologie, nei confronti delle quali le classi dirigenti attuali, non capendone niente, non fanno altro che sollevare campagne di demonizzazione a prescindere?

L’iniziativa politica che ci serve è quella che potrebbe dire cose come: l’emergenza ambientale esiste, eccome se esiste! Ma non se ne esce di certo rincorrendo all’indietro il bel tempo che fu, al contrario: solo una consapevole comprensione e appropriazione delle nuove tecnologie può darci gli strumenti migliori per indirizzare un concreto impegno ambientale volto a risolvere i problemi del climate change, della transizione a fonti di energia più pulita, della trasformazione di ciò che oggi produce inquinamento in risorsa per l’economia circolare?

L’iniziativa politica che ci serve è quella che potrebbe dire cose come: l’emergenza immigrati esiste, eccome se esiste! Ma non se ne esce certo ricacciandoli indietro e chiudendo le frontiere, così alimentando un clima di odio e di violenza che inquina la vita quotidiana di tutti. Così come non se ne esce certo limitandosi alla “carità” di pie istituzioni che fanno del loro meglio per alleviare le sofferenze di chi si trova a vivere condizioni strazianti. Lo vogliamo dire che se l’UE e gli USA e il Canada e gli altri paesi della parte più ricca del mondo continuano a trattare i paesi più poveri dell’Africa come grande mercato di esportazione, da cui prendere risorse, anziché consentire a quei paesi di produrre (come potrebbero) ed esportare, essi verso di noi, i loro prodotti agricoli, questo crea povertà e miseria in quelle terre? Lo vogliamo dire che sarebbe più corretto, e più proficuo nel lungo termine, incidendo anche sui flussi migratori, consentire a quei paesi di produrre di più e meglio, per il fabbisogno interno, e per le esportazioni verso i paesi ricchi, che non proseguire su una politica di dazi più o meno espliciti, accompagnata dalla carità pelosa dei “contributi al terzo mondo”, briciole che regaliamo volentieri, pur di ripulirci la coscienza a basso costo mentre lasciamo che il terzo mondo resti e si stabilizzi come tale?
E lo possiamo dire che noi no, noi ci opponiamo a una visione chiusa e sovranista, che ad essa contrapponiamo una visione e delle politiche di progressiva sempre maggiore apertura dei confini e dei popoli, utilizzando tutte le occasioni utili: gli scambi commerciali come i trasferimenti delle persone, governandoli?

L’iniziativa politica che ci serve è quella che potrebbe dire cose come: la globalizzazione è un dato di fatto, la rete, internet, è lì per rimanere, e per evolvere ancora. Lo vogliamo dire che per regolamentare fenomeni che sono globali e transnazionali (il commercio online, i trasferimenti di denaro, la collaborazione professionale a distanza, le azioni di polizia necessarie per mantenere un ordine pubblico della rete, il controllo sul rispetto dei diritti dell’uomo in ogni luogo, le questioni relative alla cosiddetta privacy e alla proprietà dei dati personali di ciascuno, ecc…) occorre finalmente una istanza ordinamentale (politica e giuridica) di pari scala, e cioè globale e transnazionale, per far sì che il diritto arrivi prima della legge della giungla a dirimere questioni di quella scala? E possiamo dirlo che sì, questo è l’esatto contrario del sovranismo tanto di moda, che non va accarezzato e assecondato né da lontano né da vicino, ma va combattuto, come cancro dei nostri tempi?

Eccetera.

Questa è secondo me azione politica. Oggi di opposizione. Necessaria come il pane.

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