Il blog di Antonio Tombolini

Nonovvio

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  • Antonio, mi frulla in testa un interrogativo e te lo sottopongo. Non è che uno dei problemi con la diffusione degli e-book è che la roba che ci si legge sopra la continuamo a chiamare libro ? Non è forse opportuno provare a trovare un altro nome per quest’opera dell’ingegno di tipo digitale ? O forse c’è già, ehm, nel caso aggiornatemi ! 🙂
    Ciao, Fil.

  • Filippo, quello che vedi qui sopra è un libro, così come l’mp3 che stai ascoltando è un brano musicale, lo stesso che potevi ascoltare da un CD, o ancora prima da un vinile. Questo è un libro, lo stesso che puoi leggere anche “di carta”… se lo stampi 🙂

  • Si questo è un libro e non vie è dubbio che lo sia. Però come la traccia audio digitale in molti la chiamano mp3 perché la “traccia” testuale di un libro non deve avere un suo nome da battaglia ? Forse potrebbe aiutare a divulgare la tecnologia che li trasporta. Solo un’idea la mia, magari sbagliata. Ciao, Fil.

  • ‘Libro’ è la parte più interna della corteccia dell’albero, quella che si usava un tempo come base sulla quale scrivere; la parola paper-papier viene da papyrus, usato come tutti sappiamo dagli antichi Egizi per lo stesso scopo; foglio è fratello gemello di foglia (da qualche parte si usavano, per scrivere, proprio quelle, di una specie di palma); la parola greca byblos viene da quella fenicia gybl ed entrambe indicano la sostanza fibrosa ricavata dal papiro, o da altre piante, e usata per fare carta; oppure dalla città fenicia di Byblos, da cui si esportava questo tipo di materia prima.
    Ergo: sono d’accordo con Filippo Ronco, che non conosco, sull’opportunità di trovare un’altra parola a significare l’e-book (a proposito: chi sa qual è l’etimologia di ‘book’?), poiché – almeno nelle lingue latine – libro, e tutte le altre parole citate, significano carta. Non segni, scrittura, parole, pensieri scritti in forma di parole: soltanto, semplicemente, carta. Un e-book è tutto, fuorché quella.
    mic, da poco in terraferma

  • “book:
    O.E. boc, traditionally from P.Gmc. *bokiz “beech” (cf. Ger. Buch “book” Buche “beech;” the notion being of beechwood tablets on which runes were inscribed), but may be from the tree itself (people still carve initials in them). The O.E. originally meant any written document. Latin and Sanskrit also have words for “writing” that are based on tree names (“birch” and “ash,” respectively).”
    (http://www.etymonline.com/)

  • E allora: perché non lanci un concorso mondiale per una nuova parola che sappia indicare un oggetto che contenga pensieri in forma di parole in forma di zeri e di uni…?
    Un prosciutto, in un concorso del genere, l’ho già vinto (in teoria…) in passato, vediamo se faccio il bis? 😉

  • … Che quei pensieri contenga – contiene, anzi – e che, soprattutto, quei pensieri può mostrare: pressappoco come un libro e quanto diversi libri.

  • Questa storia del prosciutto è bene che resti aperta, e che di tanto in tanto ricicci, perché credo sia in fondo emblema di un incontro che prima o poi dovrà riaccadere. Perdonino tutti gli altri, era un mex personale per Michele, ho approfittato 🙂
    Per quanto riguarda la parola: non siamo noi a “creare” la parola, è semmai la parola che crea noi, e ci plasma, plasmando la nostra realtà. A noi resta semmai il compito di essere custodi della parola.
    Di più: il linguaggio è pieno di parole nate in un posto, cresciute in un altro, e magari invecchiate in un altro ancora. Che la parola libro nasca dal suo rapporto con gli alberi, il papiro, le foglie, la carta ecc… non mi pare motivo sufficiente per confinarne lì la storia. La quale storia si incaricherà di decidere se portarsi dietro questo parola, o farne nascere un’altra, da chissà dove e da chissà cosa.
    Non vorrete mica credere che il linguaggio sia una convenzione, che chiamiamo “casa” una casa perché un certo giorno, da qualche parte, un paio di antenati si sono messi d’accordo sul designare con quelle due sillabe il tetto che li riparava dalla pioggia!

  • Oh certo, le parole nascono di solito a caso, a volte si estinguono, altre volte migrano lungo percorsi (geografici ed etimologici) spesso sorprendenti, lunghi dei millenni, e passano dalla bocca di miliardi di esseri, di solito inconsapevoli della storia millenaria di quel tale suono che loro emettono per indicare un concetto o un oggetto…
    Riflettevo, un po’ per gioco, un po’ sul serio, sul fatto che l’idea della carta è tanto legata all’idea del libro-book, da essere diventata in molte lingue di oggi veicolo del concetto stesso, di libro-book, tout court. Ora, un libro-book che si chiama come la carta ma che non è fatto di carta né di materiali equivalenti alla carta, diventa una contraddizione in termini, e – continuo un po’ per gioco e un po’ sul serio – mi chiedo se potrà mai esistere, ‘autonomamante’, quell’oggetto lì, il libro-book elettrico, finché il suo stesso nome non si libererà del concetto di carta, foglio, pagina, sfoglia rettangolare di colore bianco con sopra scritti o stampati dei segni che, letti, rivelano parole, pensieri.
    Un po’ per gioco, un po’ sul serio, sarebbe interessante provare ad inventarla, questa parola, conoscendo il meccanismo vitale dei linguaggi, e magari, in qualche misura, prevenendolo.
    Io partirei dai segni-parole… Così, un po’ per gioco. Un po’ sul serio.
    mic, da Gaea alla fonda a Palmarola

  • (Riflettendo, con le dita) … In fondo, con l’automobile, il telefono, la televisione, la ferro e la funivia, eccetera, altro non s’è fatto che accostare due parole che esprimono concetti semplici, buttando in giro un neologismo immediatamente recepito e fatto proprio dalle persone e, quindi, presto o tardi accolto ufficialmente nella lingua. Almeno, questo vale per l’italiano. Con ebook, dunque, si è compiuta la stessa operazione, lo stesso tentativo. E’ proprio la semi-parola ‘book’, libro (= carta…) che stiamo cercando di capire se ‘funziona’.
    Altre parole inventate vengono dall’industria e dal marketing: la nutella, il succo di ace, la coca (cola), l’ipod: parole che si possono scrivere con l’iniziale minuscola perché identificano un genere, essendo state promosse, da nome proprio, a nome comune.

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