Il blog di Antonio Tombolini

Previsioni

P

JF Kerry vincerà le elezioni. Ci sarà un’ondata di americanismo in tutta Europa, paragonabile a quella degli anni cinquanta e sessanta. I più filo-americani saranno gli anti-americani di oggi.
E poi non ditemi che non vi avevo avvisato…

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  • Certo che se kerry vince ci sarà un’ondata di filoamericanismo intollerabile, esattamente come con Clinton (che ha rappresentato il vero punto massimo del trionfo del modello americano e della sua espansione imperiale). Per questo il trio Schroeder-Putin-Chirac sta cercando in tutti i modi di aiutare W. a farsi eleggere per la prima volta.

  • Ciao, sto raccogliendo una petizione virtuale SIMBOLICA (non ha
    alcun valore per la raccolta effettiva, che va fatta ai gazebo radicali o nelle segrerie
    comunali), per sensibilizzare i bloggisti sul referendum contro la legge sulla procreazione
    assistita. Se t’interessa appoggiare l’iniziativa, passa dal mio blog, lascia il tuo nome
    (anche lo pseudonimo) e soprattutto passaparola. Ciao e grazie, Denis

  • No, Alessandro, non condivido gran parte dell’analisi di Negri e Hardt: non ne condivido il taglio di filosofia della storia postmoderna e l’ossessione per il metapotere delle mutylinazionali. Credo invece che proprio il cosiddetto modello liberista americano, nella sua dipendenza dai finanziamenti pubblici e nel suo bisogno di militarizzazione, segni una rinascita dello Stato, anche se con un modello organizzativo nettamente differente rispetto a quello affermatosi tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima del Novecento. Credo che, proprio in questo senso, gli Usa abbiano dispiegato una politica imperiale in senso tradizionale, imperniata sulla diffusione di un unico milieu economico e politico nel quale la nazione egemone godesse di un vantaggio strutturale – nella fattispecie, la finanziarizzazione, che ha permesso di sostenere la valuta intrinsecamente più debole del mondo (il dollaro) e di pompare capitali nell’economia americana. A questo si è aggiunta la creazione di un consneso senza precedenti, che ha permesso, ad esempio, un’operazione come la guerra del Kossovo. Credo però che proprio l’espansione imperiale porti con sé (e da questo punto di vista le analogie storiche forniscono facili analogie) la propria contraddizione: così la finanziarizazione ha finito per rendere insostenibile la posizione del dollaro, e la retorica della guerra umanitaria si è inceppata. Proprio questa è la raginoe per cui, in molte cancellerie europee, così come in Russia e Cina, si guarda con terrore alla possibilità di un novello Clinton

  • Nane. Innanzitutto partiamo dai communia: ci troviamo d’accordo sul non condividere le posizioni di Negri-Hardt. Tra l’altro le filosofie della storia, moderne o postmoderne mi hanno sempre lasciato alquanto perplesso. Tuttavia non condivido la tua lettura della situazione attuale dell’Impero Americano. O meglio non ne condivido alcuni punti. E’ vero che l’economia Usa si regge su un Keynesisimo di guerra (investimenti pubblici a ciclo virtuoso nel campo militare), e questo accade più ora che siamo in fase recessiva globale che negli anni del Clintonismo, con i mercati euforici per la grande bolla della neteconomy. Il dollaro debole di oggi è un arma non uno svantaggio per l’industria Usa, un modo con cui Giorginodoppiavù cerca di vincere l’elezioni “drogando” l’economia interna. L’amministrazione repubblicana si muove inoltre fra due opposte visioni, presenti al suo interno, con nessuna di esse che riesca a prendere il sopravvento. Da un lato infatti c’è il realismo nazionalista alla Nixon, rappresentato da Powell e Co. che vorrebbe una politica Usa più isolazionista sul campo internazionale. Con un abdicazione dallo status di Impero in favore di quello di Stato garante degli equilibri mondiali. La politica degli “our SOBs”, insomma. Dall’altro lato c’è il troskismo suprematista dei neocon, disposti alla guerra continua pur di imporre la loro permanente rivoluzione democratica. Con una visione ancora più imperiale rispetto all’era Clinton, disposti allo scontro con l’Eu e l’Onu (grande protagonista dell’era Clinton)pur di realizzare la loro utopia rivoluzionaria.

  • Alessandro, la tua lettura mi pare troppo legata al contesto politico presente e non alla situazione strutturale. Di fatto, il prdominio del dollaro è un unicum nella scena economica mondiale: si tratta di una valuta che viene stampata a ritmi inflazionistici (basti pensare che i soldi per i pagamenti pteroliferi vengono stampati ad hoc) e che ha goduto per anni di una solidità fenomenale, che ha attratto enormi capitali. Se è vero che l’attuale debolezza della divisa droga la crescita (anche se, con il petrolio a prezzi stellari, l’euro forte aiuta non poco i bilanci europei), è anche vero che ciò provoca una fuga di capitali dai listini Usa, e che le corporation americane sono sempre più dipendenti dal corso azionario.
    D’altra parte, anche il famoso keynesismo militare mi sembra incepparsi: se in passato è servito a creare un edge tecnologico per le aziende americane, che ha avuto effetti a cascata sugli altri comparti produttivi, oggi serve essenzialmente a produrre profitti artificiali per colossi inefficienti, che ricercano poco e innovano meno. Basti pensare che in tutti i settori in cui esiste concorrenza (elicotteri, missili, artiglieria, corazzati, aerei da caccia, ecc.) i prodotti europei sono nettamente migliori.
    Il punto è sempre quello: gli imperi funzuinano quanto garantisocon una certa stabilità e prosperità in tutte le aree controllate, anche se ovviamente il centro ne beneficia di più. Questa dissimetri, che costituisce la spinta alla cresicta imperiale, ne costituisce anche l’interna ragione di crisi: quando le regioni perfieriche sono in grado di organizzarsi autonomamente con maggiore profitto, il patto di reciproca convenienza che istituiva l’impero inizia a sgretoalrsi, e allora si fa un ricorso sempre maggiore alla forza per tenere insieme quel che resta. Quest’analisi, purtroppo, è un esempio di filosofia della storia.

  • Nane, quando parlavo di filosofia della storia non mi riferivo alle analisi storiografiche ma a quel genere di narrazioni e metafisiche che vogliono vedere nell’evolversi e nel fluire degli eventi un percorso del “pensiero”, mi riferivo insomma a quello stile di “filosofia della storia” che va da sant’Agostino a Engels per intenderci e che ha in Negri un suo epigono.

  • Alessandro, hai letto Lowith? Lo dico perché mi pari sulla stessa lunghezza d’onda; un’onda abbastanza confusionaria, peraltro. In ogni caso, la dimensione teleologica è consustanziale alla considerazione sotrica, e non se ne esce: la stessa idea che si possa fare la storia “di” qualcosa (dell’Italia, della rivoluzione francese, del sistema bancario) rimanda ad un’unità metastorica il cui dipanarsi costituirebbe la storicità stessa. La filosofia della storia altro non fa, nelle sue espressioni più alte (e cioé, quando non è semplice giustificazione retorica dello status quo, o altrettanto retorica apologetica di un’auspicata palingenesi), se non svolgere problematicamente questa prospettiva teleologica, mostrandone la fargilità e cogliendone la necessità.

  • Mai letto Lowith, tuttavia non riesco a capire come mai non si possa distinguere tra considerazione storiografica e teleologia. Non ne comprendo il nesso razionale. Ti sarei grato se me lo spiegassi.
    Grazie.

  • Mi spiego: ogni storia è storia “di” qualcosa. La stessa scelta di un oggetto della storia (secondo gli esempi che citavo prima l’Italia, la rivoluzione francese, il sistema bancario) rimanda ad un’unità data, il cui svoluppo nel tempo e negli eventi avviene secondo una linea di unità e di continuità, nella quale avviene una transizione da uno stato iniziale ad uno finale; la prospettiva della considerazione storica, che si situa necessariamente al di fuori degli eventi stessi (condizione nota ai latini, che distinguevano tra “res gestae” e “historia rerum gestarum”) realizza così una considerazione necessariamente teleologica, in quanto le sue ricostruzioni sono caratterizzate necessariamente dalla dimensione dell’ “in vista di”. Mi spiego meglio: dato che sappiamo “com’è andata a finire”, ogni storia è necessariamente una speigazione del “perché è finita così”, ossia uno sviluppo rispetto ad una conclusione nota. E questa è l’essenza formale delle teleologia.

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