Il blog di Antonio Tombolini

S'io fossi Google. Oppure no.

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S’io fossi Google
S’io fossi Google mi preoccuperei molto del fatto che il mio business è ormai diventato quasi del tutto dipendente dalla raccolta pubblicitaria, come quello di una qualsiasi impresa editoriale del vecchio mondo, della vecchia economia.
Vero: le imprese editoriali del vecchio mondo e della vecchia editoria sono alle prese con bilanci spaventosi, spesso sull’orlo del fallimento. Google no. Ma mi preoccuperei lo stesso: la raccolta pubblicitaria tradizionale è in caduta libera; la raccolta pubblicitaria online no, continua a crescere, anche se sta già rallentando. Ma attenzione: la pubblicità online sta godendo ancora dell’effetto di trasferimento degli investimenti pubblicitari tradizionali verso gli strumenti online, ma questo effetto prima o poi si arresterà, a fronte di una raccolta totale in forte calo.
S’io fossi Google dunque mi metterei subito al lavoro per far funzionare linee di ricavo alternative, al più presto. Del resto non avrebbero granché da fare: concentrarsi sul prodotto, sul loro prodotto, e venderlo, vivaddio: altro che business model alternativi! La proposta e la vendita di un buon prodotto, cribbio, ecco cosa ci vuole!
Esempio: Google Applications è fantastico. Ma perché è gratis fino a 50 utenti, e poi mi spari 40€ per utente all’anno da 50 in su? Dico io, ma la coda lunga non vi insegna niente? Pensi che non ti pagherei, che ne so, un forfait di 30€ l’anno fino a 10 utenti, e di 100€ fino a 50? Eccetera.
Del resto ci sono ottimi servizi online, piccoli e grandi, che Google potrebbe sfidare, che adottano già con successo questa formula. OK, fino ad oggi ha premiato il fatto che il mondo è duro a cambiare, e gli inserzionisti (dimenticando di essere anch’essi utenti) si illudono ancora che la pubblicità serva a qualcosa. Ma ormai siamo al capolinea, e allora che ci vuole a cambiare?
S’io non fossi Google (com’io sono e fui)
Beh, s’io fossi un business online diverso da Google, e magari una startup, cancellerei la voce pubblicità dalle linee di ricavo previste.
Anche qui, poche fumisterie, non c’è nessuno modello alternativo particolarmente avvincente da cercare: produrre, portare al mercato, proporre, vendere. Semmai interrogarsi e sperimentare su come vendere al tempo della rete, al tempo cioè del crescente potere del compratore sul venditore. Magari dando una mano al Progetto VRM, fino a chiedersi perché mai il prezzo debba essere fatto dal venditore, in un mondo così. Tanto per dirne una.

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  • E bravo il novello Cecco Angiolieri 🙂
    Lavorando per una Web Agency (quindi campo pubblicitario) l’argomento mi interessa e mi coinvolge. Mio padre lavora come agente pubblicitario da 35 anni ormai, ieri sera abbiamo appunto parlato di questa crisi annunciata e lui è abbastanza tranquillo, le previsioni sue e del suo ‘datore’ per il primo semestre del 2009 non sono così tragiche, anzi sicuramente migliori di quelle fine 2008 (ma credo sia facile far meglio di ora 🙂 ).
    Sono d’accordo con te che le aziende come google che vivono di sola pubblicità è bene che inizino a guardarsi un po in giro e cercare altre fonti di guadagno, per Google non dovrebbe essere neanche troppo difficile.

  • se tu fossi google ti consiglierei di pensare a vendere non solo le application ma tutti i tuoi servizi: motore di ricerca e posta.
    Se tu fossi google ti chiederei se è finito il web gratuito, come sta per finire la TV gratuita. Tra poco ci sarà il sorpasso della PayTv sulla FreeTv per ricavi 🙂
    Se tu non fossi google ti consiglierei il mio post sul paradosso del prezzo fisso…
    ps ci vediamo al comitato costituente del progetto VRM

  • No, ma proprio per niente Berny! Proporre significa mostrare, ascoltare le domande, rispondere, entrare in dialogo… *essere lì*!
    La pubblicità è il contrario: buttare lì una frase, un’immagine, un campione, quello che vuoi, e andarsene, fregarsene di star lì a perdere tempo a discutere.
    Logico complemento comunicazionale della pubblicità è lo scaffale a libero servizio. Mentre il complemento comunicazionale della conversazione che si fa al mercato è il bancone o la bancarella.

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