Il blog di Antonio Tombolini

Ann Bises e il destino della morula

A

Ann BisesAnn
Bises
vive a Milano. Ha fondato un’associazione, Snodi,
per la sperimentazione delle dinamiche di produzione e crescita della
conoscenza in rete. E’ psicoterapeuta. A lei avevo inviato in lettura
il mio pezzo pubblicato qualche giorno fa sulla questione dei
presunti diritti del concepito, per averne un parere.

Ann
mi ha risposto con alcune sue riflessioni sullo stesso tema che
ritengo preziose, fatte a partire dal suo essere donna, mamma e
psicoterapeuta, con un di più di sapienza
femminile che a me pare molto prezioso. Ann ha acconsentito alla mia richiesta di renderle pubbliche, e così ve le offro, ringraziandola.

Il
destino della morula: una decisione che ci spetta


(di
Ann Bises)

Chi
mai si è preoccupato di una morula? Una morula può
essere anche un cancro.

In questo senso le fantasie
femminili abbondano di terrore del corpo invaso dall’altro: il
bambino può essere vissuto come alieno, come un parassita che
ti rode.

Io una volta, aspettando un
figlio, temendo il parto che si annunciava difficile, lo sognai col
ciuccio in bocca e con una forchetta fra le mani che mi squarciava il
ventre. Arancia Meccanica.

Dunque l’umanità di
questa cosa è l’incarnarsi del nostro sogno (o
del nostro incubo), anzi direi il declinarsi, il farsi, il tessersi,
il modellarsi. Il sogno è sognato da noi, e non da
altri. L’attribuzione di vita, si declina sul nostro
desiderio.

Ma il nostro
desiderio non può essere confuso con il sacro, e tanto meno il
sacro con il santo. Il sacro è dell’ordine della
superstizione, del pubblico: è dell’ordine
dell’espropriazione.
Se tu che sei dio per il figlio che hai
concepito (che crei, nel corpo e nella mente insieme), non gli
dai l’alito di vita del tuo desiderio, lui non è.

Lo
sappiamo bene da tutte le tragedie collettive di stupri di guerra. Le
conseguenze sono ben note: le collettività respingono, la
madre non è più dei loro, il figlio non lo sarà
mai. Diventa un rapporto
personale di amore nei migliori casi, quando la madre arriva a
vincere lo stigma interno.

La nascita perciò non coincide
con l’appartenenza
. La nascita non è come si vuole
raccontare un fatto meraviglioso perché semplicemente
biologico
. Tutt’altro. Tant’è vero che nell’ebraismo
l’inclusione sociale, così come nel cristianesimo, avviene
attraverso un rito, che non coincide affatto con l’istante della
nascita, che non deriva dal semplice fatto di essere nato.

E in fondo tutte le
creature ancora prive o private della libertà, o al di qua
della libertà, vivono solo in grazie del nostro esserci per
loro
, grazie all’essere sociali o meno. Se sono esseri sociali
hanno diritti. Se non lo sono no. Ma sono interamente affidati a noi.
Siamo noi dunque, che esercitiamo un diritto e un dovere, non
loro
.

Questa è una
decisione che ci spetta
. È inutile osservare che nella
grandissima maggioranza dei casi, noi siamo disposti a dare e a
mantenere la vita di questi irresponsabili al di là di
ogni ragionevole bene per noi. C’è bisogno di accanirsi su una
qualità umana già così sviluppata? Fin dove si
vuole spingere il limite della pietà umana, trasformandola in
mostruosa ideologia, che tutto sa e che di niente dello specifico –
dell’umano in quanto vicenda personale unica – tiene conto?

Add comment

  • Cari amici,
    le riflessioni di Ann Bises, discutibili, hanno qualche attinenza con la legge 194, ma sono state invece inserite nel’ambito dell’argomento referendum e diritti del concepito.
    Esistono sicuramente casi particolari nei quali il diritto della donna viene prima di quello del concepito, contemplati dalla 194, legge piuttosto ben pensata ma male applicata. Legge che in ogni caso riconosce diritti all’embrione e del feto.
    Ma non sono questi i casi in oggetto nel caso della 40-04. Questa legge (e il referendum correlato) non si occupa di figli non desiderati, delle gravideanze impossibili per le condizioni di salute della donna etc. Si occupa di fecondazione assistita, cioè del desiderio di avere un figlio. Questo desiderio non è ignorato dalla legge, la quale non fa altro che introdurre alcune norme in una precedente situazione di totale assenza di regole.

  • Per Anna,
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