Il blog di Antonio Tombolini

Il caso FIAT: il 2002, un anno chiave

I

(2. – …segue)

La FIAT copre l’inutilità di tutto lo spreco di risorse pubbliche su di essa riversato con l’emissione periodica di sedicenti piani di rilancio, regolarmente smentiti dal mercato. Lo scopo di quei piani, ovviamente, non è industriale, ma mediatico, e da questo punto di vista funziona: lo Stato continua a versare nelle casse della FIAT – direttamente e indirettamente – fiumi di denaro.

Nel 2001 la situazione si è fatta insostenibile. Guardate un po’ qua:

Fiat2002

Vedete quel picco spaventoso sulla sinistra del grafico? Il 3 settembre del 2001 un’azione FIAT vale 24 Euro. Il 21 settembre, diciotto giorni dopo, quella stessa azione vale 14 Euro: una perdita del 42% in pochi giorni, un vero e proprio tracollo. E’ in quel periodo che si parla sui media, per la prima volta, della possibilità che la FIAT non ce la faccia, che possa chiudere.

Per evitarlo (e bisogna a tutti i costi evitarlo, chissà perché) stavolta ci vuole qualcosa di grosso, e lo Stato da solo (direttamente) non basta più. Ci vuole un prestito colossale: 3 miliardi di Euro, altrimenti leggasi: 6.000.000.000.000 (seimilamiliardi) di lire. E’ il 2002, l’anno decisivo: o si riesce ad avere quei soldi, o finisce che la FIAT chiude davvero.

Ora tocca alle banche fare la loro parte, prestare denaro è il loro mestiere. Un mestiere che tutti noi conosciamo bene nel suo funzionamento: il cliente chiede alla banca un prestito, la banca chiede al cliente a cosa gli servono quei soldi e che garanzie può dare a fronte della mancata restituzione dei soldi. Se le finalità del prestito e (soprattutto) le garanzie sono di gradimento della banca, la banca eroga il prestito. Altrimenti, niente da fare.
Così funzionano i prestiti di denaro da parte delle banche, perlomeno nei confronti dei comuni mortali.

Ma a questa regola non sottostanno, in Italia, e non da oggi, alcuni privilegiati, e la FIAT è tra questi. Ricomincia il gioco delle parti:

Balle raccontate in pubblico Verità nascoste da banche, potenti e media al popolo idiota
Il prestito serve alla implementazione del nuovo piano di rilancio industriale dell’Azienda, che senz’altro recupererà in breve tempo una posizione di leader sul mercato automobilistico europeo. Il prestito serve a tenere in piedi la baracca, perché conviene un po’ a tutti i potenti, e poi si vedrà. Al piano di rilancio, ovviamente, non ci crede nessuno, ma bisogna pur tenere a bada il popolo idiota.
Il prestito viene garantito dalle stesse azioni FIAT: se per caso (ma non succederà, figuriamoci, con un piano di rilancio così cazzuto!) l’Azienda non ce la dovesse fare a restituire il denaro alla scadenza, le banche si prenderanno in cambio azioni FIAT, diventandone così azionisti. Che volete di meglio? Il prestito di 3 miliardi di Euro (seimila miliardi di lire) viene concesso senza alcuna garanzia reale, ad un’azienda che si sa già che non potrà mai restituire quei soldi. Non vorrete mica che chiediamo agli Agnelli & Co. di darci in garanzia le loro proprietà di famiglia come in genere facciamo con voi pezzenti quando ci chiedete un fido di diecimila Euro per la vostra cazzo di aziendina!

La situazione precipita, il titolo continua a scendere. Il 27 maggio 2002 viene finalmente siglato l’accordo tra FIAT e il pool di banche (tutte, in pratica) sulle condizioni dell’ormai famoso prestito convertendo di 3 miliardi di Euro, garantito (si fa per dire) dalla conversione dell’importo in azioni FIAT in caso di mancata restituzione dei soldi alla scadenza, prevista per il 20 settembre 2005 (sì, stiamo pian piano arrivando alle questioni di questi giorni, di queste ore…).

Ma adesso seguitemi bene!
L’accordo deve definire un punto chiave: quale sarà il prezzo a cui le banche, invece di ricevere i soldi
indietro, trasformeranno il prestito di 3 miliardi di Euro in acquisto
di 3 miliardi di Euro di azioni FIAT?

Se si stabilisse un prezzo più basso di quello che si avrà in realtà fra tre anni, le banche guadagneranno, vendendo sul mercato azioni comprate a prezzo inferiore rispetto al loro valore corrente, trovando senz’altro acquirenti, e potranno dire di aver fatto (nonostante gli immensi rischi) una buona operazione finanziaria.
Se si stabilisse invece un prezzo più alto di quello che si avrà in realtà fra tre anni, le banche perderanno, e perderanno due volte: intanto, perché si ritroveranno obbligate a comprare azioni FIAT a un prezzo più alto di quello che chiunque sta pagando in borsa per comprarle; poi perché quelle azioni, pagate così care, non riusciranno a venderle se non sottocosto, ammettendo così la pessima riuscita dell’operazione e mettendo a rischio la propria immagine sui mercati; d’altra parte, scegliendo (per evitare la pessima figura e bilanci impresentabili) di tenerle in attesa di tempi migliori, aumenteranno così ancora di più il rischio di ritrovarsi in mano – in caso di ulteriori tracolli della FIAT – vera e propria carta straccia. Do you remember Parmalat?

Ecco, questo dovrebbe esservi chiaro, e se non lo è, inutile che andiate avanti con la lettura: alle banche conveniva fissare il prezzo più basso possibile. E a buon diritto: in fin dei conti ti sto prestando la bellezza di 3 miliardi di Euro senza garanzie…
Ma come andò in realtà, in quel maggio 2002 in cui veniva deliberato il prestito convertendo, la storia della fissazione del prezzo di conversione del prestito in azioni FIAT?
(2. – Continua…)

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