Il blog di Antonio Tombolini

No Gender Fashion: è una cosa seria

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Tutto ciò che è nuovo, ma destinato a durare, si presenta al suo esordio con una cifra, che lo rende riconoscibile e consente, a chi vi ponga attenzione, di capire e pre-vedere quel che accadrà con anticipo rispetto al senso comune: è la cifra della stranezza e del ridicolo.

Questo è vero anche per un elemento chiave, destinato a cambiare sempre più, e sempre più radicalmente, il nostro modo di vivere, di pensare, di agire, perché tocca un tasto profondo del nostro essere: la nostra sessualità.

Siamo abituati a essere maschi o femmine. E biologicamente, il più delle volte, lo siamo, anche se la stessa biologia ci insegna che non mancano, tutt’altro, situazioni meno definite, che tendiamo a confinare nell’ambito di ciò che è strano, se non nell’ambito rassicurante di ciò che è patologico. Ma non è questo il punto.
Continueremo a essere biologicamente, innanzitutto e per lo più, maschi e femmine. Ma quel che conta, e quel che sta cambiando, è altro: vivremo la nostra vita quotidiana sempre meno in quanto maschi o in quanto femmine, ma in quanto individui, esseri umani, in cui l’essere maschio o femmina non sarà più determinante come lo è oggi.

Oggi (e da qualche millennio) l’essere maschio o femmina è determinante, così come da millenni, praticamente per ogni aspetto della nostra vita, fin dal suo nascere. La discriminante sessuale opera a partire dai bisogni di base: il nome che riceviamo, come vestiamo, come giochiamo, come ci comportiamo, cosa leggiamo, cosa diciamo. E poi: quali scuole frequentiamo, che mestiere facciamo, che ruolo ci ritagliamo in una convivenza, nei confronti di noi stessi, dei partner, dei figli, degli antenati. Tutta la nostra estetica è un’estetica declinata al maschile e/o al femminile.

Se c’è un ruolo che la moda conserva è quello di potente sentinella su quel che verrà, e se c’è un trend che appare ormai evidente nella moda è quello non tanto del buon vecchio unisex, quanto quello del No Gender Fashion. Il mondo unisex rispondeva all’esigenza di rivendicare una parità, un diritto a poter fare (vestire) le stesse cose, soprattutto da parte delle femmine nei confronti dei maschi. Non a caso le proposte unisex sono in genere capi maschili che vengono indossati anche da femmine.

Il No Gender Fashion supera questa chiave rivendicativa (voglio anch’io, femmina, indossare la salopette da meccanico!), per accedere a un livello ulteriore e superiore e più incisivo, e risponde, se proprio vi si volesse trovare un residuo di rivendicazione, a una esigenza che è più dei maschi che delle femmine: perché mai una femmina può andare a un appuntamento di lavoro sfoggiando un paio di pantaloni a righe coloratissimi e strani, ed essere giudicata per questo elegante, e considerata in tutta serietà, mentre un maschio dovrebbe limitarsi al suo solito pantalone grigio o blu o marrone, o al limite consentirsi, se è moderno, un blue-jeans?

A me per esempio piacerebbe potermene uscire così, ogni tanto, senza dover apparire a tutti i costi strano, se non addirittura equivoco.

Le sfilate di moda maschile (fino a quando resisterà questa bipartizione così rigida nella stessa industria della moda?) sono ai nostri occhi sempre più strane e sempre più ridicole. Ecco. Vuol dire che sta accadendo: quella stranezza ci risulterà sempre meno strana, e quel ridicolo sempre più serio e normale.

Se accadrà nel modo di vestire, potrà accadere in tutto. E no, non è un segno di degenerazione dei tempi, se la pensiamo così è perché siamo pigri e preferiamo voltarci dall’altra parte. Si tratta di un buon segno.

[Suggerimento: non perderti Sense8, delle sorelle Wachowski,
già fratelli Wachowski]

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